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Questo sito contiene una grammatica con le risposte ai dubbi ortografici più diffusi e le principali norme editoriali che servono per la scrittura corretta e professionale.

Puoi trovare ciò di cui hai bisogno:

■ tra le oltre 400 voci dell’indice analitico;
■ tra gli argomenti negli indici delle tre sezioni Fonologia e pronuncia, Ortografia, Morfologia;
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Grammatica italiana

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(C) 2019 Antonio Zoppetti (tutti i diritti riservati)

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Piuttosto che = anziché (e non “oppure”)

■ Si può dire “vado indifferentemente al mare piuttosto che in montagna”? ■ Qual è il significato di “piuttosto che”? ■ “Piuttosto che” è equivalente a “oppure”? ■ “Piuttosto che” significa “anziché” o “oppure”? ■ “Piuttosto che” ha un valore avversativo o disgiuntivo?

L’avverbio piuttosto, associato al che, diventa una congiunzione (una locuzione congiuntiva) che introduce una comparazione con il valore di anziché, invece di, al posto di, e ha quindi un significato avversativo: “Piuttosto che mangiare la minestra, salto dalla finestra!”

Nel nuovo Millennio si è invece diffuso un uso improprio di questa espressione che non ha precedenti storici nella nostra lingua e non ha una motivazione: piuttosto che viene utilizzato come una congiunzione disgiuntiva (invece che avversativa) con il significato di oppure, o. Dunque si sentono sempre più spesso frasi come: “In vacanza pensavo di andare al mare, piuttosto che in montagna, piuttosto che in qualche città d’arte…”.

Questo uso non è solo scorretto, è anche ambiguo, e un’espressione come: “Mario pensa di andare a letto piuttosto che guardare la tv”, per esempio, non significa che Mario fa una delle due cose indifferentemente (= oppure), bensì che non intende guardare la tv, e pur di non guardarla (= anziché, invece di) preferisce andare a dormire.

L’abuso di piuttosto che arriva dalle parlate regionali settentrionali e si è diffuso a macchia d’olio attraverso i mezzi di informazione soprattutto audiovisivi per poi finire sempre più spesso anche nella lingua scritta a partire dalla fine degli anni Novanta. È ormai così frequente e “inarginabile” che i dizionari lo hanno registrato e ne riportano gli esempi specificando che è un uso improprio.

Andrebbe perciò evitato, soprattutto nello scrivere, anche se c’è chi lo considera un’evoluzione moderna che non è più condannabile, visto che l’uso fa la lingua.

Plurali anomali

■ Quali sono le parole che al plurale cambiano genere come uovo e uova? ■ Che differenza c’è tra  orecchi e orecchie? ■ Quali sono le parole che hanno un plurale sia al maschile sia al femminile come ginocchi e ginocchia? ■ Quali sono le parole che al plurale cambiano radice come uomo e uomini? ■ Il plurale di calcagno è calcagni o calcagna? ■ Il plurale di tempio è tempi o templi? ■ Qual è il plurale di “belga”? ■ Che differenza c’è tra i gridi e le grida?

Tra i plurali anomali e irregolari, ci sono parole sovrabbondanti che presentano due forme per il plurale e, talvolta possiedono un diverso significato e talvolta no.

Tra questi ultimi ci sono per esempio nomi dal plurale sia maschile sia femminile, come i ginocchi o le ginocchia; gli orecchi e le orecchie (ma quelle che si fanno alle pagine dei libri sono solo al femminile), i gridi (per lo più solo degli animali) e le grida.
In alcuni casi i plurali al femminile vivono solo in alcune frasi fatte, per esempio i calcagni è affiancato da un doppio plurale solo nell’espressione “stare alle calcagna”; i reni e “spezzare le reni”; i cuoi e “tirare le cuoia”.

Ci sono poi plurali che cambiano genere e passano dal maschile al femminile, come un uovo e le uova, il riso (nel senso delle risate) e le risa, il paio e le paia, e poi  alcune unità di misura come il miglio e le miglia, il migliaio e le migliaia, il centinaio e le centinaia, mentre mille nei composti si trasforma in –mila (duemila). Il carcere ha due plurali di diverso genere: i carceri e le carceri. Passa invece dal femminile al maschile la eco che diventa gli echi.

Tra i plurali irregolari femminili c’è ala che diventa le ali, invece di seguire le regole della prima declinazione.

Altri plurali cambiano la radice e così uomo diventa uomini (anche nei composti come gentiluomo), dio diventa dei (che ha anche un’articolazione irregolare: gli dei al posto de “i dei”), e bue diventa buoi, così come uscendo dalla categoria dei sostantivi, anche gli aggettivi possessivi mio, tuo e suo si trasformano in miei, tuoi e suoi.

Tempio e ampio al plurale prendono una “l” (ampio anche nel superlativo amplissimo) e diventano templi e ampli, anche se esistono anche le forme regolari, tempi e ampi.

Infine, un abitante del Belgio è detto belga, ma al plurale diventa belgi, invece di mantenere il suono duro come fa al femminile (le belghe).

E/ed, a/ad, o/od: quando usare le D eufoniche

■ Cosa sono le “d eufoniche”? ■ Quando si usano le “d eufoniche”? ■ Meglio dire “e adesso” o “ed adesso”? ■ Meglio dire “e editoria” o “e editoria”? ■ Meglio dire “per esempio” o “ad esempio”? ■ Meglio dire “a uno a uno” o “ad uno ad uno”? ■ Si può scrivere “ed” davanti a una vocale diversa dalla “e”? ■ Si può scrivere “ad” davanti a una vocale diversa dalla “a”? ■ Si può scrivere “od” davanti a una parola che comincia con “o”?

Le “d eufoniche” si appongono davanti alla preposizione “a” e alle congiunzioni “e” e “o” per evitare che l’incontro con una parola che comincia con vocale abbia una difficoltà di pronuncia e suoni male.

Un tempo erano molto diffuse davanti a qualunque vocale, ma oggi la forma “od” è praticamente decaduta (si tende a non usarla più nell’editoria) e nel caso di “ad” e “edsi usano solo ed esclusivamente davanti alla stessa vocale, dunque si scrive “ed era”, “foglie ed erba”, “ad avere”, “ad  amici”, ma mai “ed ovviamente”, “ed adesso”, “ad uno”…

Le norme editoriali di tutte le case editrici seguono questa regola (e i correttori bozze passano la vita a togliere le “d eufoniche”) dunque è bene seguire questa norma. Non sono grammaticalmente errate, sono però di cattivo gusto e sono il segno di uno scrivere non professionale.

In alcuni casi si possono evitare anche davanti alla stessa vocale, per esempio quando creano bisticci più fastidiosi dell’incontro con la stessa vocale: meglio scrivere “le regole grammaticali e editoriali” invece di “ed editoriali”.


L’unica eccezione a questa regola riguarda poche locuzioni ormai entrate nell’uso come frasi fatte: “ad esempio” che convive accanto alla forma equivalente “per esempio” (non si può scrivere “a esempio”), oppure “ad ogni modo” o “ad eccezione di”.

Sia… sia O sia… che? A mano a mano O mano a mano?

■ Meglio dire “sia… sia” o “sia… che”? ■ Meglio dire “a poco a poco” o “poco a poco”? ■ Meglio dire “a mano a mano” o “mano a mano”? ■ Meglio dire “a mano a mano” o “man mano”? ■ Meglio dire “a faccia a faccia” o “faccia a faccia”? ■ Meglio dire “a corpo a corpo” o “corpo a corpo”? ■ Perché è meglio dire “sia… sia” invece di usare come secondo elemento “che”?

Il costrutto “sia… che” (es. “è sia buono che bello”) è molto diffuso anche sui giornali, al punto che è ormai accettato e inarginabile. Tuttavia, nelle norme editoriali di molte case editrici, e soprattutto in un buon italiano non popolare, è da evitare.

La forma più corretta è “sia… sia” (“è sia buono sia bello”), perché si tratta della ripetizione della stessa congiunzione correlativa, che non ha ragione di essere sostituita da “che” nel secondo elemento.

Il consiglio di stile è perciò di evitare sempre “sia… che”.

L’origine di questo costrutto è da ricercarsi nel congiuntivo di comando del verbo essere: sia così e sia in altro modo.

In linea di massima, anche negli altri costrutti correlativi come a mano a mano, a poco a poco, a uno a uno, sono sempre da evitare le forme abbreviate come poco a poco o mano a mano (si può invece dire correttamente man mano, se si vuole essere più sintetici). Anche a corpo a corpo o a faccia a faccia sono consigliabili rispetto alle locuzioni corpo a corpo o faccia a faccia, ma sono così diffus, che è sempre più difficile ricorrere ai costrutti più corretti, e in televisione dominano ormai i “faccia a faccia” senza alternative.

Ortografia e dubbi di scrittura

■ Che cos’è l’ortografia? ■ Che cos’è la “sintassi delle lettere”? ■ Come si combinano le lettere nella formazione delle sillabe? ■ Che cosa sono le norme editoriali? ■ Perché i caratteri della tastiera sono molti di più delle lettere dell’alfabeto?  ■ Quali sono i caratteri della tastiera che si usano anche se non fanno parte della grammatica? ■ Come si scrivono i caratteri degli alfabeti stranieri? ■ Che cosa sono le norme per le citazioni bibliografiche?

Questa sezione intitolata Ortografia e dubbi di scrittura (caratterizzata dalla graffetta rossa nella testatina) contiene informazioni che si spingono oltre la semplice grammatica.

L’ortografia riguarda lo scrivere nel modo corretto secondo le regole grammaticali e include anche la punteggiatura, l’apostrofo e altri segni, oltre alle lettere dell’alfabeto, alla divisione in sillabe per andare a capo… Ma a sua volta si intreccia con la fonologia che studia i fonemi, cioè i suoni che si pronunciano nel parlare e che corrispondono ai grafemi corrispondenti, cioè i segni scritti, le lettere. Perciò alcune parti sono state etichettate in modo da essere rintracciabili anche dalle altre sezioni.

Tra gli articoli di questa sezione molti sono dedicati alle regole con cui lettere si compongono nella formazione delle parole. In un certo senso questa parte si può definire la “sintassi delle lettere”, visto che la sintassi regola i rapporti tra gli elementi che costituiscono strutture più ampie. Anche se la sintassi vera e propria studia i rapporti tra le parole nella formazione della frase, e i rapporti tra le frasi nella formazione del periodo.

Gli articoli partono dalle lettere dell’alfabeto con precisazioni che riguardano il modo con cui si combinano nella formazione delle sillabe e poi delle parole. Dunque è possibile trovare tutte le indicazioni per sapere per esempio quando nello scrivere si deve usare GLI (aglio) e quando no (cavaliere), quando usare la Q (iniquo) e quando la C (proficuo). E ancora quando e come si usa l’apostrofo? O quali sono le regole degli accenti gravi e acuti (perché e caffè)?
La combinazione delle lettere segue infatti delle regole che aiutano a fugare incertezze ed esitazioni, e passa per la formazione di digrammi e trigrammi, di sillabe (che è utile conoscere per esempio per sapere quando andare a capo), fino alla formazione delle parole, cioè quella parte della grammatica che si chiama lessico.

L’ortografia, però, non riguarda solo questo aspetto, è anche fatta di virgole, punti e delle regole che normano la punteggiatura, e in queste sezioni si trovano le risposte a dubbi per esempio sull’uso della virgola associata alle virgolette (in una citazione quando la punteggiatura finale si mette prima della chiusura delle virgolette e quando dopo?) o alle parentesi (quando occorre, meglio mettere la virgola prima o dopo le parentesi?). E ancora, dopo il punto interrogativo quando si può procedere con la minuscola? Come si scrivono le sigle (maiuscole, minuscole, con i punti di abbreviazione o senza)?

Poiché nello scrivere non si ha a che fare solo con le lettere dell’alfabeto e con la grammatica in questa sezione sono state incluse anche molte delle norme editoriali che servono nella scrittura professionale, come la giustificazione di un testo, la scelta dei caratteri più appropriati, l’uso del corsivo nell’editoria, o le norme per le citazioni bibliografiche, tra corsivi e virgolette.

Di seguito un indice degli articoli che fanno parte di questa sezione

L’alfabeto e il falso mito delle lettere straniere
Maiuscole e minuscole
I caratteri della tastiera
Le regole per combinare le lettere nella formazione delle parole
Sillabe, dittonghi, trittonghi e iati
Divisione in sillabe
Gli accenti grafici
Monosillabi che cambiano significato con l’accento
Apostrofo: elisione e troncamento
Apostrofo e accento sono segni diversi da non confondere
La punteggiatura
Il punto fermo
La virgola
Il punto e virgola
I due punti
Il punto di domanda
Il punto esclamativo
I puntini di sospensione
Le virgolette
Il trattino (o lineetta) corto e lungo
Le parentesi
La sbarretta (in inglese slash)
L’asterisco
Caratteri speciali, simboli e faccine
La giustificazione di un testo
La fonte (font) e il corpo di un testo
Lo stile di un testo e l’uso del corsivo
Sigle e acronimi
Omografi, omofoni e omonimi

“Se me lo dicevi” o “se me l’avessi detto”?

■ Si può usare il doppio imperfetto per i periodi ipotetici? ■ Si può dire “se lo sapevo andavo”? ■ Meglio dire “se me lo dicevi” o “se me ‘avessi detto”?

Nei periodi ipotetici della realtà si usa l’indicativo sia nella principale sia nella dipendente:

se non annaffi i fiori → muoiono (ma se si vuole sottolineare la possibilità si può anche dire se non annaffiassi i fiori morirebbero).

Se però la stessa frase si volge al passato non è più un periodo ipotetico della realtà: una cosa già avvenuta non si può modificare, dunque diventa un’ipotesi dell’irrealtà che si esprime necessariamente (non è più una scelta) con il condizionale più il congiuntivo:

se non avessi innaffiato i fiori sarebbero morti (cosa impossibile dato che li hai annaffiati).

Tuttavia questo costrutto è spesso sostituito con la forma piuttosto diffusa nel parlato del doppio imperfetto:

se non bagnavi i fiori morivano.

Questo costrutto non è propriamente corretto né elegante, tuttavia è molto diffuso al punto che nei registri popolari o nel parlato familiare è ormai ammissibile, il che non vale per i registri formali o per la scrittura di testi ufficiali.

Dunque le espressioni come “se lo sapevo non venivo” o “se me lo dicevi prima ti operavo io” (Enzo Jannacci), possono essere colloquiali e colorite per rendere l’italiano parlato, ma da evitare nei registri alti.

Le norme editoriali

■ Cos’è l’ortografia. ■ Cosa sono le norme editoriali. ■ Cos’è il lessico.

Le norme editoriali, quelle che servono per scrivere professionalmente, coincidono solo in parte con l’ortografia, e cioè la scrittura in un italiano corretto, e abbracciano altri temi che sfiorano anche la tipografia e la grafica.

I caratteri della tastiera sono lo strumento di lavoro e bisogna sapere che sono ben di più di quelli dell’alfabeto. Includono segni come il cancelletto (#) o la chiocciola (@) che si affiancano a quelli più tradizionali come per sempio il simbolo del paragrafo (§) o le losanghe (♦). È importante conoscere il significato anche di molti altri caratteri non presenti sulla tastiera a cominciare da simboli come il copyright (©) per finire con le lettere di alfabeti stranieri a cui talvolta si deve ricorrere con precisione (ñ, α, ü…).
Sono poi necessarie molte cognizioni che riguardano l’uso del corsivo o del neretto, le norme per le citazioni bibliografiche, la giustificazione di un testo, la scelta dei caratteri di volta in volta più adatti (con le grazie come il Times New Roman o il Garamond, e senza grazie come l’Arial e il Verdana) e del loro corpo…
Bisogna saper padroneggiare a fondo per esempio l’associazione della virgola con le le virgolette all’interno di una citazione (quando si mette prima della chiusura delle virgolette e quando dopo?) o con le parentesi (quando occorre, meglio mettere la virgola prima o dopo le parentesi?). E ancora, dopo il punto interrogativo quando si può procedere con la minuscola? Come si scrivono le sigle (maiuscole, minuscole, con i punti di abbreviazione o senza)?

In altri casi entrano in gioco anche altri fattori qualitativi, non basta conoscere le regole ortografiche della punteggiatura, bisogna anche saper usare le virgole e i punti con maestria.

Di seguito un indice degli articoli più significativi su questi temi che riassumono le più importanti norme dell’editoria.


L’alfabeto e il falso mito delle lettere straniere
Le regole per combinare le lettere nella formazione delle parole
Divisione in sillabe
Gli accenti grafici
Apostrofo: elisione e troncamento
Apostrofo e accento sono segni diversi da non confondere
→ La punteggiatura
Il punto fermo
La virgola
Il punto e virgola
I due punti
Il punto di domanda
Il punto esclamativo
I puntini di sospensione
Le virgolette
Il trattino (o lineetta) corto e lungo
Le parentesi
La sbarretta (in inglese slash)
L’asterisco
Maiuscole e minuscole
I caratteri della tastiera
Caratteri speciali, simboli e faccine
E/ed, a/ad, o/od: quando usare le D eufoniche
Sia… sia O sia… che? A mano a mano O mano a mano?
La giustificazione di un testo
La fonte (font) e il corpo di un testo
Lo stile di un testo e l’uso del corsivo
→ Sigle e acronimi